Uno studio suggerisce che la MDMA, droga da party, potrebbe aver protetto i sopravvissuti all’attacco di Nova dal trauma. Michal Ohana, sopravvissuta con lunghi capelli scuri e occhiali grandi, posa davanti a un memoriale delle vittime dell’attacco al festival Nova, con foto, bandiere israeliane e fiori. La ricerca, condotta da neuroscienziati dell’Università di Haifa, indica segni preliminari che la MDMA, assunta da molti partecipanti durante l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023, potrebbe aver offerto protezione psicologica. I risultati, in attesa di revisione paritaria, suggeriscono che la sostanza è associata a stati mentali più positivi durante e dopo l’evento. Lo studio ha coinvolto oltre 650 sopravvissuti, due terzi dei quali sotto l’effetto di droghe come MDMA, LSD, marijuana o psilocibina. Secondo il professor Roy Salomon, la MDMA pura è risultata la più “protettiva”, con sopravvissuti che mostravano meno angoscia mentale, miglior sonno e maggiore capacità di elaborare il trauma nei primi cinque mesi. Si ipotizza che gli ormoni prosociali come l’ossitocina, stimolati dalla MDMA, abbiano ridotto la paura e favorito la cooperazione durante la fuga, oltre a facilitare il sostegno emotivo post-trauma. Tuttavia, lo studio si limita ai sopravvissuti, senza dati su chi non è sopravvissuto. Michal Ohana racconta di credere che la MDMA l’abbia salvata, permettendole di dissociarsi dall’orrore. La ricerca attira l’attenzione di clinici israeliani che sperimentano la MDMA nella terapia per il DPTS, nonostante il suo status illegale in molti paesi, incluso Israele, dove è consentita solo in contesti di ricerca. L’Australia ha approvato la terapia assistita da MDMA, mentre Stati Uniti e Regno Unito sollevano preoccupazioni su rischi cardiaci e abuso. In Israele, psicologi come la dottoressa Anna Harwood-Gross notano potenziali benefici anche in situazioni di guerra, nonostante i timori iniziali. L’attacco al festival Nova, con 360 morti e decine di rapimenti, ha scosso la società israeliana, portando a un’ondata di richieste di terapia. Danny Brom, esperto di traumi, osserva come il 7 ottobre abbia rotto l’illusione di sicurezza, riattivando traumi collettivi storici come l’Olocausto. Intanto, a Gaza, la popolazione affronta un trauma profondo dopo 15 mesi di guerra, con risorse limitate per il supporto psicologico. Michal Ohana sottolinea che molti sopravvissuti faticano a tornare alla normalità, sentendo pressioni sociali per “riprendersi”, nonostante il trauma persistente. Il cessate il fuoco di gennaio, che ha permesso lo scambio di ostaggi e prigionieri, è scaduto, lasciando incertezza sul futuro. La comunità terapeutica israeliana affronta una complessa sfida, integrando approcci innovativi come sessioni lunghe e terapie di gruppo, mentre sopravvissuti come Michal continuano a convivere con il ricordo quotidiano della tragedia.



