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A 90 anni vince il dancefloor

C’è una storia che circola tra i backstage dei festival europei e che ha finito per trovare spazio persino sulle reti internazionali come CNN: un collettivo di donne con più di sessant’anni, la più anziana delle quali ha compiuto novant’anni, prende posto dietro le casse di un festival di musica elettronica a Colonia, seleziona i dischi e fa ballare il pubblico. Il collettivo si chiama Forever Fresh, nasce nel 2025 e debutta dal vivo nell’aprile del 2026 al Bürgerzentrum Ehrenfeld, nell’ambito dell’edizione più recente del c/o pop, uno dei festival tedeschi più longevi e rappresentativi del panorama pop e club contemporaneo.

La storia comincia un anno prima, quando il festival decide di strutturare un workshop rivolto a donne over 70 con l’obiettivo di insegnarle a fare le dj. L’iniziativa porta già nel nome la sua dichiarazione d’intenti, e fin dall’annuncio risulta chiaro che non si tratta di un corso per anziane in cerca di passatempi, ma di qualcosa di più scomodo e necessario: un atto di resistenza culturale contro i cliché dell’età. Le partecipanti vengono formate da due dj professioniste, Anna Cainelli e Sedaction, con un approccio didattico che sceglie di anteporre l’ascolto alla tecnica. “Ci interessa che si sentano a proprio agio con la musica che stanno suonando”, spiega Sedaction. “Che la sentano davvero.”

Il risultato è un collettivo eterogeneo di donne i cui nomi, Edeltraud, Uschi, Irmgard, Ingrid, Inge, appartengono a un’altra stagione anagrafica rispetto a quella che solitamente popola i booth dei club. Ingrid Jatho, 73 anni, ex insegnante, costruisce la sua playlist attorno a “Flowers” di Miley Cyrus, “Hips Don’t Lie” di Shakira e “Bauch Beine Po” di Shirin David, una rapper tedesca di quarant’anni più giovane di lei. Inge Dobrinski, 79 anni, arriva al workshop dopo una vita trascorsa tra balli e serate danzanti, ma in un’epoca in cui il dj non esisteva ancora. “A quei tempi ci si limitava alle serate danzanti”, racconta. “Non esisteva la figura del dj”.

Quello che la formazione chiede a queste donne non è soltanto la padronanza di un mixer o la capacità di gestire i crossfader. È un cambiamento di prospettiva radicale: passare dall’essere fruitrice passiva a essere artefice attiva del suono e dell’umore di una serata. Alcune di loro non hanno nemmeno un computer a casa. Eppure nessuna abbandona il corso. “Le sfide, a una certa età, semplicemente non ti vengono più proposte”, osserva ancora Sedaction. “E qui ne hanno colte una con entrambe le mani.”

Il live al c/o pop 2026 trasforma quello che poteva sembrare un esperimento sociologico in un momento culturale compiuto. Il set di Forever Fresh attraversa decenni di musica da ballo, disco, pop, rock, materiale crossover da club, senza inseguire le mode del momento, ma pescando direttamente dalla memoria sonora delle sue protagoniste. Il pubblico risponde con entusiasmo, i telefoni si alzano a documentare, e la notizia si propaga rapidamente oltre i confini del festival e della Germania. Il mondo della musica elettronica reagisce con quella sequenza ormai riconoscibile: prima la sorpresa, poi l’ammirazione, poi la conversazione più ampia su chi sia legittimato a stare dietro le casse e a quale età.

Il caso Forever Fresh non nasce nel vuoto. Si inserisce in un filone sempre più visibile di dj attivi ben oltre la soglia convenzionale della vita professionale. Il riferimento più citato è quello di Sumiko Iwamuro, conosciuta come DJ Sumirock, dj giapponese che ha continuato a lavorare nei club di Tokyo ben oltre gli ottant’anni diventando nel tempo una figura di culto internazionale. Attorno a lei e a storie simili si è sviluppato un discorso che rimette in discussione l’equazione implicita tra giovinezza e cultura club, tra freschezza anagrafica e diritto al dancefloor. Forever Fresh, già nel nome, gioca con questa tensione e la porta alle estreme conseguenze.

C’è qualcosa di politico, oltre che di commovente, nell’immagine di una donna di novant’anni che sceglie i brani, gestisce i livelli e costruisce un’atmosfera. Il festival c/o pop, che da oltre vent’anni funziona come sismografo dei discorsi più urgenti nella musica pop e contemporanea, ha scelto di inserire questo collettivo nella propria programmazione ufficiale, trasformando un progetto comunitario in un atto curatoriale preciso. Non come curiosità da esibire, ma come argomento da portare sul palco. Il risultato ha raggiunto un pubblico che va ben oltre quello abituale del festival e ha aperto una crepa nel racconto dominante che vuole la scena elettronica come spazio esclusivo di chi ha meno di quarant’anni.

Ingrid Jatho, ascoltando “Bauch Beine Po” con le cuffie in testa durante le prove, pensa alle riviste femminili della sua giovinezza: venti pagine di modelle irraggiungibili, dieci di diete, altrettante di ricette ipercaloriche. “Tutto costruito per confondere le donne”, dice. Oggi, invece, è lei a stare dietro al mixer e a decidere cosa suona in sala. È un gesto piccolo. Ma è anche un gesto esattamente opposto a quello che ci si aspetta da lei.

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