Vi sono dischi che valgono più di quello che sembrano. “Game Over” di Alessandro Viale, Renée La Bulgara e Mariva è tech house costruita per spaccare i club, con un basso synth che non lascia scampo e drop che arrivano dritti alle viscere. Ma al di là della qualità del pezzo, c’è qualcosa di più interessante da raccontare.
Il movimento delle donne dj non ha bisogno di difensori d’ufficio, ha bisogno di dischi. E di opportunità reali, quelle che nascono quando artiste come Renée La Bulgara e Mariva smettono di essere raccontate come categoria a parte e cominciano semplicemente a fare musica, a firmare produzioni, a mettere il proprio nome su un progetto che viaggia su circuiti internazionali. Questo è il punto. Non le quote, non i panel, non le giornate dedicate: i crediti discografici. Quelli che restano.
La collaborazione mista, una dj e produttrice come Renée La Bulgara e una vocalist come Mariva che lavorano fianco a fianco con Alessandro Viale, racconta qualcosa che spesso sfugge al dibattito sul gender gap nella musica elettronica. Il problema non è solo la mancanza di solidarietà femminile o di reti tra donne, anche se quello conta. Il problema è che le artiste devono potersi muovere liberamente nell’ecosistema musicale, collaborare con chiunque, essere scelte per le loro capacità e non nonostante il loro genere. “Game Over” funziona perché funziona, non perché applica una formula inclusiva. E questo è esattamente il tipo di normalità che vale la pena costruire.
La scena tech house ha una storia lunga di collaborazioni incrociate, di produzioni nate da alchimie inaspettate. Quando quelle alchimie cominciano a includere in modo strutturale voci e competenze femminili, il suono guadagna. Il mercato guadagna. La cultura guadagna. Progetti come questo, se sostenuti con continuità discografica, possono diventare qualcosa di più di un singolo riuscito. Possono diventare un metodo.



