Quattordici anni di musica, una svolta improvvisa, e una canzone nata quasi per caso che ha cambiato tutto. La storia di Zerb è quella di un artista che ha saputo costruire un’identità precisa senza mai preoccuparsi troppo delle etichette di genere, muovendosi con naturalezza dal big room al tropical house, dall’afro house alle collaborazioni con alcune delle voci più riconoscibili della scena pop internazionale. Incontrandolo, si ha subito l’impressione di parlare con qualcuno che ha capito — prima e meglio di molti altri — come funziona davvero questo settore: non solo sul piano musicale, ma anche su quello della comunicazione, della costruzione dell’immagine e delle relazioni umane.

Quando gli si chiede di raccontare il punto di svolta nella sua carriera, la risposta è immediata: “Dopo il successo di ‘Muack’, la mia vita è cambiata completamente. Oggi la cosa più importante è che riesco a lavorare con grandi star del pop e grandi artisti da tutto il mondo. Mi sto godendo questo processo di costruire canzoni mescolando la musica elettronica con artisti che vengono da generi diversissimi”. La questione dei generi torna spesso nella conversazione, ma Zerb la liquida con una semplicità che suona quasi come un manifesto estetico. Alla domanda se esistesse una logica evolutiva nei suoi cambi di direzione stilistica, ha dichiarato: “Non penso mai ai generi. Faccio semplicemente la musica che mi piace, quella che mi viene naturale. Non mi piace mettere etichette a quello che faccio — so che molti lo fanno, ma per me conta solo fare la mia musica”.

È un approccio che si riflette anche nel modo in cui costruisce le sue collaborazioni. Proprio come fece anni fa con Vintage Culture — contattato attraverso un messaggio su Facebook, in un gesto che oscillava tra coraggio e incoscienza — il produttore brasiliano continua ad affidarsi al contatto diretto e informale come strumento di lavoro. “Facciamo ancora esattamente la stessa cosa: scriviamo messaggi agli artisti, e da un messaggio può cambiare tutto. Una delle mie ultime canzoni, ‘If It’s Not Love’ con Rita Ora, è nata perché è stata lei a scrivermi su Instagram chiedendo di collaborare. Penso che basti semplicemente fare quello che vuoi, e funziona”.

Sul piano sonoro, c’è un elemento che Zerb considera imprescindibile, quasi una filosofia prima ancora che una scelta tecnica. Interrogato sul ruolo del basso nella sua produzione — dalle radici nel Brazilian bass fino alle frequenze gravi che caratterizzano l’elettronica contemporanea — ha risposto: “Il basso è essenziale, soprattutto quando parliamo di musica elettronica. È il basso che muove le persone, che le fa ballare. È la combinazione di cassa e basso — quella è tutta l’anima del pezzo”.

Il discorso si sposta naturalmente sul Brasile, su quella promessa di esplosione globale che sembra sempre sul punto di compiersi senza mai farlo del tutto. Zerb non si sottrae alla domanda e offre una lettura precisa del fenomeno: “Per noi brasiliani è davvero difficile emergere a livello globale, anche solo per una questione geografica: il Brasile è lontano dal resto del mondo. Soprattutto dopo la pandemia, tutti noi brasiliani abbiamo iniziato a pubblicare di più e a parlare a un pubblico globale attraverso i social media. Dopo di che, molti artisti brasiliani hanno ottenuto grande rilevanza in tutto il mondo, e molta gente ha iniziato a scoprire quello che veniva dal Brasile. Sono molto felice di questo”.

View this post on Instagram

A post shared by Zerb (@zerb)

Un aspetto spesso sottovalutato della carriera di Zerb è la sua formazione in comunicazione pubblicitaria, che affianca quella musicale e quella grafica — è lui stesso a curare tutti i visual del suo progetto, dalle copertine dei singoli alle grafiche dei tour. Una combinazione non casuale. “Quando ho preso la mia laurea stavo già suonando in Brasile. Conoscevo già la parte tecnica del design, ma con la pubblicità potevo pensare a come promuovere la mia musica e la mia carriera, e mettere tutto insieme. Era perfetto per me”. C’è poi la questione dell’intelligenza artificiale, tema che attraversa ormai qualunque conversazione sulla produzione musicale contemporanea. La posizione di Zerb è sfumata e personale, lontana sia dall’entusiasmo acritico che dal rifiuto ideologico. “L’intelligenza artificiale non mi aiuta a fare musica — ho provato, ma per me toglie tutto il piacere. La musica è ciò che amo, e non voglio privarmi di quel piacere. Non sono contro la tecnologia: la uso soprattutto per scrivere in inglese, perché la mia lingua madre è il portoghese. Mi aiuta con le idee e con le strategie. Semplicemente non la uso per la musica”.

La distinzione tra club e festival apre un capitolo a sé, rivelando come lo stesso artista possa abitare spazi e narrazioni completamente diversi a seconda del contesto. “Nei festival hai uno slot ristretto — un’ora, un’ora e mezza al massimo. Nei club di solito suono dalle due alle tre ore. Questo cambia tutto, perché puoi raccontare una storia completamente diversa. Nei festival vado e suono tutti i miei pezzi più famosi, uno dopo l’altro senza sosta. Nei club riesco a costruire qualcosa di più, a passare attraverso generi diversi, a raccontare davvero la mia storia”.

È proprio quella storia che vale la pena ripercorrere almeno in un passaggio chiave: “Muaki” nasce da una linea vocale presa da un sample pack, viene completata in poco tempo, e nel giro di due mesi porta il suo autore a girare il mondo. “Ero in Brasile, e due mesi dopo stavo già girando il mondo grazie a quella canzone. Sono andato a Los Angeles per cercare di sfruttare al meglio il momento, ed è lì che ho incontrato i The Chainsmokers. Ho mandato loro una email dicendo che ero un loro fan e che avrei voluto lavorare insieme. Hanno risposto in fretta, e nella stessa settimana sono andato in studio con loro e abbiamo fatto ‘Addicted'”.

L’intervista si chiude su un futuro volutamente tenuto nell’ombra, con la soddisfazione trattenuta di chi sa già cosa sta per succedere. “Ho lavorato molto su nuove idee, grandi nuovi progetti con il mio team, di cui per ora non posso parlare. Ho un sacco di musica davvero bella in uscita, in cui ho messo tutto il cuore. E ho lavorato con molti artisti con cui ho sempre voluto collaborare. Sono davvero entusiasta di tutto quello che sta per arrivare”. Zerb è un caso interessante di come si possa costruire una carriera globale partendo dalla periferia geografica del sistema — il Brasile, lontano da Londra, da Berlino, da Los Angeles — usando come leve non solo il talento produttivo, ma anche una visione strategica precisa, un’estetica coerente e la capacità di stabilire relazioni autentiche con chi si ammira. La musica, per lui, rimane il centro di tutto: non uno strumento, non un brand, ma ancora e prima di ogni altra cosa un piacere.