C’è un momento preciso della giornata in cui il tempo cambia passo. Non è ancora notte, ma non è più pomeriggio. È quella soglia sospesa in cui un locale si trasforma, il rumore del mondo fuori rallenta e la musica comincia a fare il suo lavoro silenzioso. Pierfrancesco Di Stolfo, co-fondatore di Spritzer insieme a Kdope, ha costruito attorno a questa soglia un intero progetto: un’etichetta discografica che è anche una filosofia dell’ascolto, un modo di pensare lo spazio sonoro come si pensa una ricetta.

A chi gli chiede da dove nasce il nome, Di Stolfo risponde che la scelta è stata “quasi istintiva”: “Il nome ‘Spritzer’ ci piaceva perché aveva dentro un immaginario preciso: leggerezza, eleganza, convivialità, qualcosa di fresco ma con carattere. Non volevamo creare la classica etichetta ‘fredda’ o troppo tecnica, ma un progetto che evocasse subito una sensazione, un’atmosfera”. L’aperitivo, spiega, non è soltanto un rito conviviale ma qualcosa di più stratificato: “Soprattutto in Italia, non è solo un momento sociale: è un rito culturale. È quel punto della giornata in cui rallenti, ti incontri, ascolti musica, condividi idee. E per noi la musica elettronica ha molto a che fare con questo tipo di energia: non solo clubbing, ma esperienza, estetica, connessione tra persone”. Da questa sovrapposizione di mondi nasce il progetto: “Spritzer nasce proprio lì, in quella zona di confine tra relax e movimento, tra tramonto e notte, tra ascolto raffinato e voglia di stare insieme. Anche il suono dell’etichetta riflette questa visione: elegante, atmosferico, ma sempre con groove e identità”.

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La fascia oraria del pre-serata è, secondo Di Stolfo, la più delicata in assoluto sul piano della programmazione musicale. Non si tratta di far ballare, ma di accompagnare una transizione: “La gente arriva con addosso il rumore della giornata, del lavoro, del traffico, dei telefoni. La musica in quel momento deve quasi ‘decomprimere’ l’ambiente”. Per questo motivo la selezione privilegia sonorità calde, groove morbidi, ritmiche mai aggressive: “Magari bassline profonde ma eleganti, percussioni leggere, melodie che creano movimento senza invadere. L’obiettivo non è attirare attenzione, ma cambiare lentamente l’energia del locale senza che le persone se ne accorgano subito”. C’è, in questo lavoro, una componente quasi psicologica: “Alle diciotto o diciannove non puoi mettere pressione sonora da club: devi creare comfort, conversazione, sensualità, presenza. È un equilibrio sottile tra sottofondo e identità musicale. Ed è proprio lì che nasce l’atmosfera giusta: quando la musica non domina la stanza, ma la trasforma”.

Il nome e la direzione artistica, precisa, sono nati insieme, non in sequenza. L’immaginario ha guidato le scelte estetiche fin dall’inizio: “Quando senti quella parola pensi subito a un momento, a una luce, a un’atmosfera, a un modo di stare insieme. E inevitabilmente questo ha influenzato anche le scelte musicali”. Non interessava una produzione aggressiva né puramente funzionale al dancefloor: “Volevamo un suono che avesse eleganza, groove, calore umano. Qualcosa che potesse convivere con una conversazione, con un tramonto, con un drink in mano, senza perdere profondità artistica”. Il brand ha quindi esercitato un’influenza reale, ma non come leva commerciale: “Piuttosto come direzione estetica e culturale. Spritzer è diventato un modo di interpretare la musica elettronica: più emozionale, più atmosferica, più legata all’esperienza che al semplice intrattenimento”.

La metafora del cocktail torna spesso nel ragionamento di Di Stolfo, e non è casuale. Parlando di come si calibra la presenza sonora all’interno di uno spazio, osserva: “È una questione di equilibrio, proprio come in un cocktail fatto bene. Se un ingrediente copre tutto il resto, hai sbagliato la ricetta. Con la musica succede la stessa cosa: non deve invadere lo spazio, ma nemmeno sparire completamente dietro al rumore del locale”. Il lavoro tecnico si concentra su dinamiche e frequenze: si evitano produzioni troppo dense nelle ore dell’aperitivo, si cercano groove riconoscibili, dettagli che restino in testa senza richiedere attenzione forzata. L’obiettivo finale è che la musica diventi parte invisibile dell’atmosfera: “Magari la gente non ricorderà il titolo del brano, ma ricorderà perfettamente come si sentiva in quel momento. E secondo me è lì che la selezione musicale funziona davvero: quando non accompagna soltanto il locale, ma modifica la percezione del tempo, della luce, persino delle conversazioni”.

Le collaborazioni con cocktail bar e realtà legate al mondo beverage hanno confermato questa convergenza di linguaggi. Il processo creativo, racconta, non segue mai una direzione unica: “A volte nasce tutto da un drink, dai suoi ingredienti, dal colore, dal tipo di energia che trasmette. Altre volte invece è la musica a suggerire un’atmosfera che poi il bar traduce in un cocktail o in un concept visivo”. Tra mixology e ricerca sonora esiste, secondo lui, una parentela profonda: “Lavorano entrambe sulla percezione, sul ritmo, sulla memoria emotiva. Un buon cocktail, come un buon dj set, deve avere equilibrio, sorpresa e identità. Quando la collaborazione funziona davvero, non stai semplicemente mettendo musica dentro un locale o servendo un drink durante un evento. Stai costruendo un immaginario coerente, qualcosa che le persone associano a una sensazione precisa e che poi si ricordano nel tempo”.

Un aspetto che Di Stolfo sottolinea con convinzione riguarda chi lavora all’interno di questi spazi ogni sera: bartender, staff, dj resident. Chi sta dietro al bancone vive la programmazione musicale per ore, e una selezione sbagliata può diventare logorante: “Se la selezione è sbagliata, diventa stancante, stressante, quasi invisibile nel modo peggiore possibile”. Il progetto nasce anche da questa consapevolezza: “Riportare attenzione e cura nella relazione tra musica e spazio sociale. Non pensiamo alla musica solo per il cliente finale, ma anche per chi quel luogo lo vive davvero ogni sera”. L’obiettivo è costruire identità sonore su misura per determinati momenti della giornata o per specifiche tipologie di venue: “Non una musica ‘standardizzata’, ma qualcosa che aiuti il locale ad avere un carattere riconoscibile. Quando un posto ha un’identità sonora forte, la percepiscono tutti. Non solo chi entra a bere, ma soprattutto chi ci lavora dentro ogni giorno”.

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Sul futuro, la visione è quella di una piattaforma creativa più ampia, che vada ben oltre la distribuzione digitale: “Spotify e le playlist sono sicuramente una parte importante, ma sinceramente sarebbe riduttivo fermarsi lì. L’idea di Spritzer non è solo distribuire musica: è costruire un immaginario culturale riconoscibile, un modo diverso di vivere certi spazi e certi momenti”. La prospettiva è quella di un linguaggio comune in cui musica, design, drink, territorio e persone dialoghino in modo naturale: “Mi piacerebbe che Spritzer fosse percepito non solo come un’etichetta o una playlist, ma come una piattaforma creativa capace di creare atmosfere, eventi, collaborazioni e identità sonore legate ai luoghi. Magari un cocktail bar a Lisbona, una terrazza in Puglia o un hotel a Ibiza potrebbero avere un’estetica musicale riconoscibile firmata Spritzer”.