Norabee è una dj e music curator che ha fatto del confine tra musica elettronica e cultura sensoriale il territorio elettivo del proprio lavoro. La si trova in rotazione negli spazi più attenti all’ascolto della scena urbana italiana, da Ceresio 7 a Milano, dove è resident da anni, fino a SYNC by Aperol, contesto conviviale e contemporaneo in cui il suono incontra il rituale dell’aperitivo. Interpellata sul rapporto tra identità sonora e mixology, la sua risposta rivela una visione che va molto al di là della semplice curatela musicale.

Quando le si chiede come coniuga i cosiddetti “brand sonori” con la cultura del drink, risponde che quella formula le va stretta. “Più che parlare di ‘brand sonori’, per me si tratta di tradurre un’esperienza in suono. Un cocktail, un aperitivo, un drink after dinner non sono mai solo qualcosa da bere: sono un momento, un gesto, un’attesa, una temperatura emotiva. C’è la parte visiva della preparazione, quasi magica, c’è il profumo, c’è il gusto, c’è la percezione fisica del primo sorso. La musica deve entrare lì, non sopra, ma dentro quell’esperienza”. Il punto di incontro tra elettronica e mixology, per lei, non è mai superficiale o decorativo. “Il cocktail lavora sulle papille gustative, la musica lavora sul corpo, sulla memoria, sull’umore. Quando queste due cose si incontrano bene, l’esperienza diventa tridimensionale. Non è più ‘bere un drink con una musica di sottofondo’, ma vivere un momento completo”.

C’è in questa concezione un’etica del lavoro ben precisa, quasi artigianale. “Un bartender costruisce un equilibrio attraverso ingredienti, gesti, dosi e intuizione. Io faccio qualcosa di simile con ritmo, groove, texture sonore, memoria e intensità. In entrambi i casi c’è una trasformazione: qualcosa che prima non c’era prende forma davanti a te. La sfida è trovare la temperatura esatta. Se la musica è troppo presente, rompe la magia; se è troppo neutra, sparisce dietro il rumore dei ghiacci nel bicchiere. Quando invece trova la sua misura giusta, diventa parte del drink, dello spazio, della conversazione e del ricordo di quella sera”.

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SYNC by Aperol rappresenta per Norabee uno dei laboratori più stimolanti in cui applicare questa poetica. “È un contesto molto interessante perché nasce già con un’identità forte: è contemporaneo, urbano, conviviale, ma allo stesso tempo ha una forte attenzione all’ascolto e all’atmosfera. Sto cercando di portare un suono che abbia carattere ma che resti coerente con il momento dell’aperitivo e della cena e con l’energia dello spazio”. La sua collezione personale di oltre cinquecento vinili costituisce il serbatoio da cui attinge, un archivio che spazia dagli anni Settanta al funk, dalla disco alla nu-disco, dalla house all’elettronica più eclettica, passando per classici atemporali come David Bowie, Mina, Michael Jackson, Barry White e Marvin Gaye. “Mi piace pescare da linguaggi diversi e farli dialogare, perché un disco del passato, se arriva nel momento giusto, può suonare incredibilmente contemporaneo”.

Uno dei momenti più delicati della serata è quello della soglia, tra le diciotto e le diciannove, quando il locale si popola e le persone iniziano a lasciarsi alle spalle la giornata. A chi le chiede come affronta quella fascia oraria, Norabee risponde con la precisione di chi ha imparato a leggere le stanze prima ancora di scegliere un disco. “Le persone arrivano ancora con la testa piena di lavoro, notifiche, call, tensioni, e piano piano iniziano a lasciarsi andare. La musica ha un ruolo molto sottile: deve creare una soglia tra la giornata e la sera. Non deve imporsi, ma cambiare la qualità del tempo, accompagnare le persone fuori dalla frenesia e portarle dentro un’esperienza più sensoriale, più fluida, più presente. La selezione in quei momenti si orienta verso groove morbidi, texture calde, ritmi non invasivi, brani capaci di creare atmosfera senza appiattirla. Per me ‘sentire’ non significa solo ascoltare con le orecchie. Significa percepire. Sentire un gusto, una parola, uno sguardo, una nota, un cambio di luce, un mood. È lì che capisco che suono serve. La selezione musicale diventa quasi un lavoro di lettura: leggo la stanza, leggo i corpi, leggo l’energia, e poi scelgo la frequenza giusta”.

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Sul rapporto tra identità del luogo e scelta sonora, Norabee ha le idee chiare. Alla domanda su cosa venga prima, se il suono o il brand, la risposta disegna una gerarchia inattesa. “Secondo me prima arriva la frequenza. Poi arrivano il suono e il brand, quasi insieme. Il contesto e il posizionamento contano ma non sono il punto di partenza. Suonare in un ambiente luxury come Ceresio 7, con la sua terrazza rooftop e una clientela specifica, non ha nulla a che fare con un club alle tre di notte, né con l’energia aperitiva e conviviale di SYNC. Il brand ti dà una cornice, un mondo, un immaginario. Però dentro quella cornice c’è la vita reale della serata. Ci sono le persone, il clima, la luce, il tipo di drink, il ritmo del servizio, l’umore della stanza”. La strategia, quindi, non basta mai da sola. “Il suono deve essere coerente con l’identità del luogo, ma anche vivo. Se diventa troppo studiato a tavolino, perde anima. Se invece è solo istinto senza direzione, rischia di essere fuori fuoco. Il mio lavoro è tenere insieme entrambe le cose: strategia e sensibilità”.

Quando si tratta di costruire una vera e propria “ricetta” musicale per l’aperitivo, Norabee usa esattamente quella metafora. “La costruisco con equilibrio, contrasti e progressione. Un bartender lavora con dolcezza, acidità, parte alcolica, texture, temperatura. Io lavoro con ritmo, timbro, groove, memoria, intensità e spazio”. Non si può partire subito troppo forte, dice, ma neanche restare sul neutro. “La ricetta giusta deve avere una base riconoscibile, qualcosa che metta subito le persone a proprio agio, poi piccoli elementi inattesi: un basso più caldo, una voce particolare, un edit raro, un disco che arriva dal passato ma suona contemporaneo”. Il vinile aggiunge un ulteriore livello a questa costruzione. “Ha un gesto, un peso, una fisicità. Non è solo un supporto: è un modo diverso di entrare nel tempo. Come il bartender lavora con le mani, con gli strumenti, con la materia, anche chi suona in vinile ha un rapporto molto concreto con ciò che sta facendo. C’è un contatto diretto, quasi rituale”. E poi, con una sintesi che condensa l’intera filosofia del suo approccio: “Mi piace pensare alla musica come a un ingrediente invisibile del drink. Non si vede, ma cambia completamente la percezione di quello che stai vivendo. Se il suono è giusto, il cocktail sembra più intenso, la conversazione più fluida, il tempo più morbido”.

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L’integrazione tra musica e hospitalità non è rimasta per Norabee un concetto astratto. A Ceresio 7, durante la stagione invernale, ha preso parte a un format chiamato “Behind the bar”, ideato insieme al bar manager dello stesso locale, che la vedeva suonare direttamente dietro al bancone, a stretto contatto con i bartender e con i clienti seduti intorno. “Era una situazione molto diretta, quasi one to one. Vedevo il drink nascere, vedevo la reazione delle persone, sentivo il ritmo del servizio e potevo modulare la musica in modo molto naturale”. Con l’arrivo della bella stagione, il registro cambia: la terrazza rooftop all’aperto chiede un suono che si apra, respiri di più, dialoghi con lo spazio e con la notte che avanza. In questi contesti, la domanda su chi guidi chi, se la musica ispiri il cocktail o viceversa, non ha una risposta univoca. “A volte è il drink a suggerire un mood musicale: una preparazione fresca, agrumata, luminosa può portarmi verso sonorità più solari, disco, balearic, funk. Un drink più scuro, speziato o adatto alla fine della cena può spingermi verso suoni più profondi, elettronici, sensuali. Altre volte succede il contrario: una certa musica crea un immaginario che potrebbe ispirare un drink.” Il momento più interessante, aggiunge, è quando i due piani iniziano a trasformarsi a vicenda, quando bartender, dj e luogo trovano un equilibrio che genera qualcosa di maggiore della somma delle sue parti. “Diventa qualcosa di unico”.

È da questa consapevolezza che nasce l’idea di un format tutto suo, su cui sta lavorando. “Ci sto lavorando, perché credo che oggi ci sia spazio per format che non siano semplicemente ‘dj set più cocktail’, ma esperienze più curate, più sensoriali, più riconoscibili. Il progetto che ho in mente nasce proprio dall’incontro tra i due gesti: quello del bartender che costruisce un equilibrio, e quello della dj che seleziona la frequenza giusta al momento giusto. In mezzo c’è il luogo, con la sua energia, la sua luce, il suo pubblico, la sua temperatura sonora. L’ambizione non è quella di creare una bella serata ma qualcosa di riconoscibile nel tempo. Mi interessa quel momento preciso in cui un drink, un disco, una stanza e le persone presenti iniziano a parlare la stessa lingua”. La visione del futuro che emerge da queste parole è netta: meno intrattenimento casuale, più cura dell’atmosfera; meno playlist decorative, più identità sonora. “Un format può diventare brand solo se ha una visione chiara e una sua verità. Altrimenti resta una bella serata, magari riuscita, ma non diventa qualcosa che le persone riconoscono e vogliono ritrovare”.