DJ e produttore olandese tra i nomi più riconosciuti della scena house internazionale, Gregor Salto ha costruito una carriera che lo ha portato sui palchi dei principali festival e club del mondo come Tomorrowland. In questa intervista esclusiva di Syndimedia House Club Set per Danceland, Salto racconta la sua esperienza nel panorama elettronico contemporaneo, analizzando l’evoluzione del djing, l’impatto della tecnologia e le sfide che attendono le nuove generazioni di artisti.
Quale rapporto hai con il pubblico italiano e cosa rappresenta per te esibirti in Italia?
Amo suonare in Italia. Credo sia il Paese in cui mi sono esibito più spesso, esclusi i Paesi Bassi. È sempre un piacere tornare qui. Ho molti amici italiani e considero l’Italia un luogo speciale, sia per la sua cultura sia per l’energia del pubblico. Inoltre, il cibo è straordinario, quindi è davvero difficile trovare aspetti negativi.
Come valuti l’evoluzione della scena djing rispetto agli inizi della tua carriera?
Quando ho iniziato, diventare DJ era molto più complesso e costoso. Servivano attrezzature professionali, come i Technics SL-1200, e bisognava acquistare vinili, che avevano un costo significativo. All’inizio della mia carriera suonavo per quattro ore a sera e dovevo costruire una collezione musicale investendo gran parte dei guadagni nell’acquisto di nuovi dischi. All’epoca non era semplice entrare in questo settore. Poche persone possedevano giradischi e il ruolo del DJ aveva ancora un carattere esclusivo. Con l’arrivo dei CDJ e successivamente delle tecnologie digitali, tutto è diventato molto più accessibile.
Oggi è possibile iniziare anche con un laptop o addirittura con uno smartphone. Questo ha portato a una vera democratizzazione del djing. Ci sono molti più DJ rispetto al passato e chiunque abbia passione può avvicinarsi a questa professione. Da un lato considero questo cambiamento positivo; dall’altro, l’aumento esponenziale del numero di DJ rende più difficile distinguersi. Dal punto di vista tecnico, oggi molte operazioni sono più semplici. Con i vinili era necessario padroneggiare il beatmatching manuale e affrontare una serie di difficoltà che oggi la tecnologia ha quasi eliminato. Allo stesso tempo, gli strumenti moderni consentono una creatività molto maggiore grazie a loop, acapella e altre possibilità che in passato erano accessibili solo a pochi professionisti.
Ciò che apprezzo meno è la tendenza a considerare DJ chiunque abbia una minima esperienza. Personalmente, dopo trent’anni di carriera, continuo a imparare ogni giorno. Oggi l’immagine e le relazioni possono talvolta avere più peso delle competenze musicali, e questo è un aspetto che non sempre condivido.
Quali sono oggi le principali difficoltà per chi desidera vivere esclusivamente di musica?
Prima di tutto, credo che la qualità più importante per un DJ sia il gusto musicale. Preferisco ascoltare qualcuno che magari non sia impeccabile dal punto di vista tecnico ma che sappia sorprendermi con le sue selezioni, piuttosto che un DJ perfetto tecnicamente ma privo di personalità musicale. Per quanto riguarda la professione, vivere di musica sta diventando sempre più difficile. All’inizio della carriera è necessario investire tempo, energie e avere una notevole capacità di perseverare. Naturalmente contano anche il talento, le opportunità e una componente di fortuna.
Quando ho iniziato non era semplice, ma oggi ritengo che lo sia ancora meno. I social media hanno assunto un ruolo centrale e spesso rappresentano un fattore determinante per il successo. Un artista con grandi capacità comunicative online può ottenere risultati importanti anche senza essere il miglior DJ o produttore. Se confrontiamo un musicista molto talentuoso ma poco presente sui social con una persona estremamente efficace nella comunicazione digitale, oggi quest’ultima ha probabilmente maggiori possibilità di emergere. Non credo che questo favorisca necessariamente la qualità artistica della scena, ma è una realtà con cui bisogna confrontarsi.
Tra le tue produzioni, quale ritieni sia la più rappresentativa della tua carriera e quale ha avuto il maggiore impatto sul pubblico?
Gregor Salto: In Italia direi senza dubbio “Para Voce”. È il brano che il pubblico si aspetta di ascoltare e che continua a essere richiesto durante i miei set. Se non lo suono, qualcuno finisce sempre per farmelo notare. Per quanto riguarda la produzione di cui vado più orgoglioso, è difficile scegliere. Forse la mia migliore traccia deve ancora essere realizzata. Per me una grande produzione è una traccia senza tempo, capace di funzionare anche molti anni dopo la sua pubblicazione. Brani come “Paranda Loca” o “Otro Dia” rappresentano bene questa idea. Li ho prodotti anni fa, ma quando li riascolto penso ancora che abbiano una loro identità e una loro forza. Questo è l’aspetto che mi rende più orgoglioso del mio lavoro: aver creato musica che continua a mantenere il proprio valore nel tempo.
L’incontro con Gregor Salto ha offerto una fotografia lucida della trasformazione che il settore del DJing ha attraversato negli ultimi decenni. Tra innovazione tecnologica, accessibilità crescente e nuove dinamiche legate alla comunicazione digitale, emerge una convinzione chiara: al di là degli strumenti e delle tendenze, gusto musicale, esperienza e dedizione restano elementi imprescindibili per costruire una carriera duratura nel mondo della musica elettronica.
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