C’è un momento, nella carriera di ogni artista, in cui il percorso tracciato non basta più. Può accadere dopo anni di studio, di concerti, di pubblico in silenzio ad ascoltare. Per il protagonista di questa storia, quel momento è arrivato quando ha capito di voler tornare indietro, a vent’anni, quando la musica non si ascoltava soltanto in sale riverberanti ma nei club, negli after, nei bassifondi luminosi della notte romana. Oggi quel pianista esiste in due forme: una che continua il suo cammino classico, l’altra che ha scelto di chiamarsi r1ccch, un nome d’arte che è insieme maschera e rivelazione.
La prima domanda che sorge spontanea è proprio quella relativa al nome. Perché nascondersi dietro una sigla, perché non firmare con il proprio volto una nuova avventura musicale? La risposta arriva chiara e meditata. r1ccch: “Sono arrivato a una conclusione: userò un nome d’arte, probabilmente r1ccch. Per questo progetto sentivo il bisogno di creare uno spazio nuovo, separato dal mio percorso più classico. Il nome d’arte mi permette di muovermi con maggiore libertà, senza aspettative, ed è coerente con l’idea di esplorazione e contaminazione che sta alla base di questo EP“. È la scelta di chi non vuole tradire il proprio passato ma nemmeno esserne imprigionato. Come lo Jekyll di Stevenson, il musicista che firma r1ccch può permettersi di esplorare territori che il suo alter ego classico non oserebbe avvicinare.
Ci si chiede allora cosa abbia spinto un pianista di formazione tradizionale verso l’elettronica, e la risposta affonda le radici in un’esperienza vissuta anni fa. r1ccch racconta: “In realtà questo progetto vive nella mia testa da molti anni. Mi sono sempre divertito a suonare il pianoforte sopra musica house, techno, deep house. Anni fa ho avuto la fortuna di testare questa fusione dal vivo, davanti a circa duemila persone, e ho visto una cosa bellissima: anche i più scettici, dopo un po’, iniziavano a ‘viaggiare’ con il pianoforte. Era come un’improvvisazione jazz, fatta di scambi tra musicisti, ma immersa nella musica techno”.
Ma c’è di più. C’è una geografia intima che riaffiora. Il racconto si sposta nella Roma dei primi anni Duemila, quando certi locali non erano semplici discoteche ma crocevia di generazioni. r1ccch prosegue: “A vent’anni, mentre studiavo all’università, lavoravo come pr in uno dei club romani che hanno fatto la storia. Ogni martedì ascoltavo dj incredibili; quelle del Goa Club, soprattutto agli inizi, sono state probabilmente le ultime grandi stagioni del clubbing romano… e io c’ero. Tra studio universitario e pianoforte classico, per staccare andavo anche agli after: Radio Londra, l’Alibi… a Roma c’era tutto, e io mi sono lasciato attraversare da quell’energia”. L’Ep che sta per uscire, spiega, nasce proprio dal desiderio di ritrovare quella sensazione che allora era naturale e istintiva, come se la musica elettronica fosse non una scoperta ma un ritorno a casa.
Sorprende, a questo punto, la sincerità con cui l’artista affronta la questione tecnica. In un’epoca in cui tutti sembrano volersi improvvisare produttori, r1ccch sceglie la via della consapevolezza. Interrogato su come si sia preparato a questo cambio di rotta, risponde: “Non credo esista una preparazione ‘tecnica’ nel senso tradizionale. Spesso sono le circostanze a portarti davanti a certe scelte. Per questo progetto ho scelto volutamente di rimanere un pianista: non ho le competenze necessarie per programmare drum machine o sintetizzatori, e non volevo improvvisarmi. Preferisco affidarmi a chi fa questo lavoro da anni. Sono stato fortunato a collaborare con persone esperte e professionali come SDG e i Basstronautz, che hanno dato una direzione solida e coerente al suono”. È una dichiarazione di umiltà che suona come la più alta forma di intelligenza artistica: conoscere i propri limiti per poterli affidare a chi sa trasformarli in possibilità.
Ma allora, cosa dell’elettronica può risultare affine a un linguaggio pianistico? La domanda tocca il cuore della poetica di r1ccch. La sua risposta è quasi una dichiarazione d’intenti estetica: “Il tempo, l’ipnosi, la ripetizione che diventa viaggio. Nel pianoforte ho sempre cercato l’emozione, non il virtuosismo. L’elettronica, soprattutto quella più profonda, ha la stessa capacità: creare uno spazio mentale in cui piccole variazioni diventano enormi. Il pianoforte può inserirsi lì con pochissime note, ma nel momento giusto”. È la filosofia di chi ha capito che la musica non è quantità ma qualità del tempo, non è riempire ma saper attendere.
Infine, la domanda che ogni ascoltatore si pone: cosa aspettarsi da questo Ep? La visione di r1ccch guarda già oltre, verso un futuro in cui la contaminazione diventi sempre più intima. “Questo Ep è un primo passo. Il mio desiderio – forse già nel secondo – è portare sempre più calore di strumenti suonati dal vivo dentro basi elettroniche. Ho sempre scritto musica per emozionare. Ai miei studenti dico spesso: ‘Il pianista bravo è quello che fa due note quando non te lo aspetti e ti fa venire i brividi’. Spero che questo EP faccia proprio questo: che l’ascoltatore possa viaggiare con la mia musica nel modo che preferisce – ballando, ascoltando, leggendo, fermandosi. Non ci sono limiti: ognuno vibra come crede. Io spero solo di riuscire a far vibrare chi ascolta”.
Ed è forse in questa ultima frase che si cela il senso più profondo dell’operazione: r1ccch non è un pianista che si traveste da dj, né un produttore che cerca una patina di nobiltà classica. È qualcuno che ha semplicemente ritrovato, attraverso la memoria e la consapevolezza, un modo diverso di far vibrare l’aria. E chi ascolta, se vorrà, potrà scegliere come lasciarsi attraversare.
