Nel panorama della scena underground europea, pochi nomi raccontano con altrettanta coerenza il legame tra radici familiari e ricerca sonora quanto quello di Fimiani. Il producer, cresciuto tra Ischia e la Germania, ha costruito un’identità artistica che intreccia la tradizione della NYC house anni novanta con l’eredità della disco italiana, restituendo un linguaggio contemporaneo profondamente ancorato a funk, soul e melodia.

Il suo ultimo lavoro, un progetto durato un anno e mezzo, nasce dalla volontà di esplorare più a fondo la propria identità musicale. Fimiani lo racconta così: “Volevo entrare un po’ più a fondo nella mia identità musicale e quindi esplorare varie parti del mio mondo, e ne ho avuto fuori un bel lavoro, spero anche per tutti i vari ascoltatori, dove ho inserito un po’ del mio mondo latino, ovviamente mescolato con l’house music che è la matrice di tutto il mio percorso, e ne sono usciti questi quattro brani.” Un equilibrio, quello tra groove house e ritmiche latine, che caratterizza l’intero progetto e che si accompagna a una collaborazione ormai consolidata con l’etichetta Toy Tonics, realtà che secondo l’artista permette di lavorare con un flusso creativo rapido e senza vincoli eccessivi, lasciando ampio spazio alla libertà artistica.

Interrogato sulle origini del proprio sound, in cui convivono suggestioni newyorkesi, richiami agli anni novanta, venature disco, funk e un’anima fortemente soul, l’artista ha ripercorso le tappe di una formazione musicale che affonda le radici nell’ambiente familiare. “Sicuramente tutta la mia parte musicale la devo tanto alla mia famiglia, perché ci sono mia mamma e mio zio che sono stati super appassionati di musica, quindi fin da piccolo ho ascoltato passivamente molta musica da loro, sostanzialmente tanto soul, rhythm and blues e funk, molto americano, ma anche tanto italiano” ha dichiarato. “Sono di Ischia, quindi la mia famiglia è sostanzialmente campana, con un mix tedesco, perché poi sono emigrato in Germania”.

Tra gli ascolti d’infanzia, i grandi classici della scuola napoletana, da James Senese a Napoli Centrale, passando per Pino Daniele e Tullio De Piscopo, insieme a dischi disco, funk e soul americani. Un bagaglio a cui si è progressivamente affiancata la scoperta della house music, genere capace di fondere insieme quei diversi mondi rendendoli fruibili per il dancefloor. Fu proprio in adolescenza che iniziò la ricerca più sistematica, tra i primi dischi americani che arrivavano in Italia grazie a realtà come Angels of Love a Napoli, uno dei due poli, insieme alla Riviera Romagnola, dove transitavano i deejay internazionali. “Da piccolino chiedevo ai miei amici più grandi di portarmi le cassette, perché all’epoca si registravano le cassette dei party e le si smerciava nel post festa” ha ricordato, citando tra i primi ascolti Deep Dish, alcuni leggendari mastermix di Roger Sanchez e Bobby Sinclar. Un’epoca in cui i negozi di dischi specializzati fungevano da autentici punti di riferimento culturale, quello che l’artista definisce, con un’immagine efficace, “il nostro Shazam analogico”.

Sul tema della house come genere rifugio nei momenti di incertezza stilistica del mercato musicale, capace di colmare i vuoti quando le tendenze del momento si affievoliscono, l’artista ha offerto una lettura più sfumata rispetto all’idea di un ruolo puramente di supplenza. “Non la chiamerei tappabuchi perché per me è un’accezione un po’ negativa” ha spiegato, “però sicuramente è quel genere che in un momento magari di incertezza, o di non direzionalità univoca della musica, può aiutarti, immagino anche in un dj set, a risolvere quel determinato problema in quel momento, proprio perché riesce ad abbracciare più generi e quindi ad arrivare comunque a tutti.” Una versatilità che, a suo avviso, ne fa un vero e proprio evergreen, pur nella consapevolezza della varietà di sottogeneri che la casa, nella sua accezione più ampia, riesce a contenere.

Proprio la parabola crescente del progetto Fimiani, sempre più riconosciuto tra i nomi più interessanti della scena underground contemporanea, è stata oggetto di riflessione. Il moniker nasce come naturale evoluzione del precedente progetto B-Plan, nato dalla partecipazione a Top of the Gene, occasione in cui l’artista ha incontrato molte delle figure poi centrali nel suo percorso. Se B-Plan si fondava interamente sul campionamento, come punto di partenza per lo sviluppo dei brani, Fimiani rappresenta una svolta radicale verso una scrittura interamente suonata. “Il progetto nasce dalla volontà di portare un suono ancora più mio, perché nel mio precedente progetto era tutto campionato, quindi partivo dalla matrice del campione per sviluppare la traccia” ha raccontato. “Fimiani invece è tutto suonato, non c’è stato l’uso di campioni, è fatto veramente da zero. Si parte dal groove, poi si aggiungono man mano tutti gli elementi: è tutto eseguito da musicisti”.

Il cambio di nome, coincidente con il proprio cognome, è maturato in dialogo con l’entourage dell’etichetta ed è stato descritto come un percorso costruito per gradi, in cui la componente musicale ha convissuto con una strategia di comunicazione più ampia, sviluppatasi tuttavia in modo spontaneo. “È un progetto nato con tanta fiducia, tanta visione e tanto impegno nel portarlo avanti” ha aggiunto, sottolineando la volontà di mantenere un rapporto diretto e semplice con il pubblico, attraverso cui trasmettere personalità e sonorità in maniera autentica.

Sul fronte discografico, l’artista ha anticipato diversi progetti in cantiere: un nuovo singolo realizzato insieme a Dave Dev, altro artista della scuderia Toy Tonics, caratterizzato da un’impronta ancora più marcatamente house e arricchito da sonorità africane e sudamericane, oltre a un ulteriore disco e diversi remix per altri artisti. È inoltre in arrivo il secondo capitolo su vinile di un progetto parallelo nato insieme all’amico Alberto Sam Ruffillo, sotto il nome Ruffiani, pensato esclusivamente per il formato analogico.

Attivo nei club e nei festival europei, Fimiani costruisce così, disco dopo disco, un percorso coerente tra radici familiari, memoria sonora e visione contemporanea, in cui il dancefloor diventa, nelle sue stesse parole, lo spazio in cui “persone diverse, attraverso il ritmo, diventano una cosa sola”.